27 dicembre 2016

Sergente Romano, di Marco Cardetta



«Basta che s’è capito che avete tra le mani un libro strano. E che io sono strano». Così scrive, nella nota finale, Marco Cardetta del suo romanzo sul Sergente Romano e di sé autore. Nel libro si mette in risalto più la lingua in cui si scrive che non il fatto storico a cui ci si richiama. All’autore «interessa parlare… quattro o cinque italiani anche più, contemporaneamente…». Quello di Dante Alighieri, di Matteo Bandello, di Giovanni Verga, di Pietro Aretino, di Antonio Pizzuto, «e di quei tre quattro poeti che ancora devono nascere, assieme a quello degli asini e degli analfabeti».
     Il fatto storico, che va dal 7 giugno 1861 al 30 luglio 1861, riguarda principalmente l’assalto, operato dal Sergente Romano e dalla sua banda il 28 luglio 1861, a Gioia del Colle, provincia di Bari in Puglia. Per conoscere la storia della vita del Romano bisogna andare altrove, ad altri libri. Era nato a Gioia del Colle nel 1833, per un decennio aveva militato nell’esercito borbonico divenendo sergente e alfiere, ritornato a Gioia dopo la smobilitazione dell’esercito napoletano fu nominato dal locale comitato borbonico Comandante Generale delle squadre insorgenti di Gioia, nel 1862 ottiene il comando supremo delle bande brigantesche pugliesi, ottiene varie vittorie e sconfitte contro l’esercito piemontese, viene ucciso in combattimento dai piemontesi il 5 gennaio 1863.
     Gli sbandati capitanati dal sergente Romano hanno nomi grotteschi: Ciqquagna, Santoiemma, Chiaia, Trimonciello, Cinquecipponi, Baccalà, Bellacicco, Tempesta, Lattarulo, ecc. Fra i capobriganti sono anche nominati Crocco e Chiavone.
     Il libro ha bisogno di più letture per poter entrare nei meandri della lingua. Si cerca di dare voce ai vinti, siano essi ex soldati o contadini o popolane del Sud, utilizzando il loro modo di parlare da semianalfabeti. Sostanzialmente si inventa una lingua quanto più vicina a quella che si crede parlassero a quei tempi i protagonisti del romanzo.
     Si narrano spesso episodi granguignoleschi, mutuati dalla letteratura dei vincitori, i quali li inventavano per giustificare il loro modo di agire crudele e macabro. A mo’ d’esempio riporto un brano, che testimonia anche il modo di scrivere di Cardetta. «Caterina Colacicco, moglie di Nicola Lillo, si menò in terra… Strappò un pezzo di pane bruciacchiato di forno di legna, lo inzuppò nella pozza di sangue in terra e poi in bocca, masticandolo – si gonfiavano le guance. E Margherita Giannico si menò in terra, intinse le dita e rivolta agli altri gridò: “Meh, pure voi… pure voi… menatevi. Ognuno nel regno nuovo ha da avere la parte sua!”».
     Nel romanzo sono inseriti vari documenti storici attinenti ai fatti narrati,
     Il libro si apre con la riproduzione di un manifesto che fu affisso per le strade di Gioia del Colle nell’aprile del 1861 e che diceva: «All’armi, all’armi !!! Abbasso la rovinosa leva dello scomunicato ed empio Vittorio Emanuele. Viva i prodi volontari dell’eroe di Gaeta Francesco Secondo, Re’ del Regno delle Due Sicilie. All’armi, all’armi !!!». A questo documento ne seguono, inframmezzati nel testo, altri (ne riporto i più importanti): nomina di Filippo Sette quale delegato del Comitato di Gioia del Colle, due lettere d’incarico al delegato di Pubblica Sicurezza di Gioia contro il comitato borbonico, lettera al delegato di Pubblica Sicurezza di Castellana con mandato di cattura del sergente Romano, articolo con fatti di sangue avvenuti a Gioia all’inizio di agosto 1861, atto di morte di Teodorico Prisciantelli [ucciso dai briganti] dal registro delle anime della Chiesa Matrice di Gioia, elenchi degli ammazzati sull’uno e sull’altro fronte tratti dal registro delle anime della chiesa matrice di Gioia redatti in latinorum, interrogatori di briganti.
     I fatti che si narrano riguardano l’arruolamento dei briganti, i luoghi in cui essi operavano, l’uccisione da parte di alcuni briganti del ventiduenne liberale Teodorico Prisciantelli, la disapprovazione del sergente Romano, l’arresto da parte della Guardia Nazionale di briganti e manutengoli, l’assalto il 28 luglio 1861 di Gioia del Colle da parte della banda del sergente Romano, vittoria e sconfitta.
     Questi alcuni fatti narrati, ma per l’autore sono più importanti le “storture linguistiche” usate. Ne vien fuori “la storia vera e sgangherata di un manipolo di sbandati… grotteschi, lirici rivoltosi dalla parte sbagliata”. Pasquale Domenico Romano, ex sergente dell’esercito borbonico, “per casualità, amore e vendetta”, finirà per essere ricordato come uno dei più importanti protagonisti del banditismo post-unitario.
     Marco Cardetta con Sergente Romano ha vinto come esordiente il premio Vittorio Bodini-La luna dei Borboni.
Rocco Biondi

Marco Cardetta, Sergente Romano, LiberAria Editrice, Bari 2016, pp. 174, € 12,00

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