11 dicembre 2017

Un Brigante chiamato Libero, di Vincenzo Labanca



È il primo romanzo di Vincenzo Labanca della trilogia sul Brigantaggio. “Un Brigante chiamato Libero” è Storia romanzata, che racconta alcuni fatti che avvennero nel meridione d’Italia subito dopo l’annessione del Regno delle due Sicilie e che sono stati coperti da un velo d’oblio per oltre centocinquanta anni. Sui libri della Storia ufficiale, scrive Vincenzo Labanca nella prefazione, si trovano poche righe per liquidare con un semplice termine (Brigantaggio) tutta la tragedia del popolo meridionale senza interrogarsi minimamente sui come e sui perché di quella tragedia.
     “Spesso diventare briganti non fu una scelta ma una necessità: l’unica possibilità che quegli uomini ebbero per rinviare di qualche anno o di qualche giorno una condanna a morte già scritta altrove”, scrive ancora Labanca.
     Il romanzo narra le vicende di Pietro Nicodemo, giovane studente in Medicina, che viene catturato nel 1861 dalla banda di briganti capitanata da Antonio Franco, perché suo padre ‘U Salinaru’ aveva ucciso nella sua bottega un brigante della banda Franco. Durante la prigionia incontra e conosce personalmente il Generale spagnolo legittimista José Borges, il Generale dei Briganti Carmine Crocco, il braccio destro di Crocco: Giuseppe Nicola Summa (detto Ninco-Nanco perché balbuziente), e tanti altri Briganti.
     Ogni capitolo del libro è intitolato ad un brigante realmente esistito, anche se a volte le vicende personali sono state adattate alla trama narrativa.
     Si susseguono nel romanzo le biografie dei briganti Percuoco, Culopizzuto, Scoppettiello, Lestopede, Cancaricchio, Capillo, Capoluongo, Eggiddione, Mittica, tutte collegate queste biografie alle vicende di Pietro Nicodemo, l’unico personaggio inventato.
     Maggiore spazio hanno nel romanzo i seguenti personaggi e briganti.
     José Borges [Borjés scrive Labanca nel romanzo] era nato in Catalogna nel 1803 e divenne un ufficiale spagnolo della parte perdente carlista. Fu inviato nell’Italia del Sud da re Francesco II di Borbone per riconquistare il perduto Regno delle Due Sicilie. Si incontrò con Carmine Crocco, con il quale fece e vinse diverse battaglie. Fra i due però sorsero diversi contrasti.
     Carmine Crocco detto Donatelli [nel romanzo si dice Carmine Donatelli detto Crocco] fu, scrive Labanca, il Ché Guevara, lo Zapata, il Spartaco, il Sandokan della Basilicata. Prima soldato borbonico, poi garibaldino, ed infine brigante. Raccolse attorno a sé migliaia di diseredati, di sbandati, di nostalgici borbonici. Fu proclamato generale dei Briganti. Lottò contro i piemontesi.
     Augustin De Langlois non si è mai saputo chi veramente fosse. Labanca parla dell’ipotesi a cui accennano alcuni storici, che fosse stato inviato dal Re di Francia a fianco di Crocco, nella speranza di poter pilotare la rivolta dei briganti, scacciare i piemontesi e restituire alla Francia il Regno delle due Sicilie perduto quarantacinque anni prima con la caduta di Napoleone. Altri invece ritengono che sia una spia dei piemontesi.
     Giuseppe Nicola Summa, detto Ninco-Nanco, era figlio di contadini di Avigliano. Con il fucile era di una precisione unica. Non stava né con i piemontesi, né con i borboni, e neppure con i francesi. Combatteva solamente per la libertà del popolo lucano.
     Giuseppe Caruso nacque ad Atella nel 1816. Avendo a quell’epoca oltre quarantacinque anni, godeva all’interno della banda Crocco di molta considerazione. Si consegnò ai piemontesi e fece più danno lui ai briganti, scrive Labanca, che tutti i piemontesi messi insieme. Finì la sua carriera come brigadiere della Guardia forestale. Fu questo il compenso per aver svenduto i suoi compagni al nemico.
     Pietro Nicodemo divenne brigante della banda Crocco e assunse il nome Libero.
     Labanca chiude il suo romanzo con un postscriptum nel quale dice: «Che fine fecero i briganti che abbiamo conosciuto? Come finì l’avventura di libertà di Crocco e del suo popolo? Ritornò Libero alla sua Lauria? Questo ve lo racconto la prossima volta».
Rocco Biondi

Vincenzo Labanca, Un Brigante chiamato Libero, SiriS Editore, Rivello (PZ) 2004, pp. 332

30 novembre 2017

Gente in Aspromonte, di Corrado Alvaro



«Certo sarebbe bello se scappassimo tutti, col brigante Nino Martino!». «Non ci sono più i briganti in montagna», replicò convinto Antonello. «E tu che ne sai? Vivono nelle caverne, e se ci sono non vengono a dirlo a te».
     Così si legge nel racconto lungo “Gente in Aspromonte”, che dà il titolo alla raccolta di tredici racconti di Corrado Alvaro; nato nel 1895 a San Luca, paese attualmente di circa quattromila abitanti provincia di Reggio in Calabria e morto a Roma nel 1956.
     Antonello è il protagonista del racconto “Gente in Aspromonte”, insieme al padre l’Argirò. Antonello, che di carattere è mite e buono, per la cattiveria e l’ingiustizia della società in cui vive diviene brigante. E grida “dalla cima del colle soprastante il paese”: «O voi tutti che siete poveri, che soffrite e che vi arrabbiate a vivere! È arrivato il giorno in cui avrete qualche poco d’allegria». Finalmente arriverà una nuova giustizia sociale.
     Benedetto, l’ultimo figlio dell’Argirò, divenuto prete, potrà gridare ai signori del paese: «Ladri e birbanti, il vostro regno è finito».
     I poveri, i pastori e i contadini, personaggi di Alvaro, potranno modificare l’esistente per migliorarlo. Essi, scrive Mario Pomilio in una presentazione del libro, acquistano a poco a poco coscienza dell’ingiustizia cui sono soggetti, e oscuramente cercano una via d’uscita.
     Le storie narrate da Alvaro si rifanno agli anni della sua fanciullezza in Calabria.
     Antonello, il brigante di Alvaro, può costituire il collegamento fra i briganti del primo periodo postunitario e i briganti, nel senso positivo, di oggi.
     La prima edizione del libro risale al 1930, presso la casa editrice Le Monnier di Firenze.
     Nino Martino, soprannominato Cacciadiavoli, era un brigante calabrese del Cinquecento, che fu dal popolo nominato santo, perché vendicava i torti della povera gente. La leggenda vuole che dalla botte, sotto la quale era stato sepolto dalla madre, uscisse buon vino.
Rocco Biondi

24 novembre 2017

Memorie storiche sulla vita del Cardinale Fabrizio Ruffo, di Domenico Sacchinelli



L’abate Domenico Sacchinelli fu segretario del cardinal Ruffo e lo seguì nelle sue imprese del 1799. Nacque a Pizzoni in Calabria nel 1766 e morì a Monteleone (oggi Vibo Valentia in Calabria) nel 1844. Pubblicò le “Memorie” nel 1836, con osservazioni sulle opere di Cuoco, di Botta e di Colletta.
     Il libro di Controcorrente contiene una introduzione, di XLIII pagine, di Silvio Vitale.
     Fabrizio Ruffo era nato a San Lucido (provincia di Cosenza in Calabria) il 16 settembre 1744, dal duca Litterio Ruffo e dalla principessa Giustiniana Colonna. Papa Pio VI nel 1791 lo creò Cardinale dell’Ordine de’ Diaconi. Morì a Napoli il 13 dicembre 1827.
     Il re Ferdinando IV, fuggito da Napoli per Palermo il 22 dicembre 1798, nomina il cardinal Ruffo, con diploma datato 25 gennaio 1799, Vicario Generale e le accorda l’alter ego per conservare al Regno di Napoli le provincie non occupate dai giacobini e riconquistare quelle invase a cominciare dalla capitale Napoli.
     Sacchinelli nelle sue “Memorie” narra gli avvenimenti del 1799, che vedono protagonista il cardinal Ruffo, integrandoli con molti documenti. E contesta il modo in cui tali avvenimenti vengono narrati nelle opere di Vincenzo Cuoco, Carlo Botta e Pietro Colletta; spesso anzi, scrive il Sacchinelli, sono da essi totalmente inventati.
     Il Ruffo è un abile condottiero di un’armata eterogenea, e cerca di contenere da parte dei suoi soldati i saccheggi e gli episodi di efferatezza, propri di una guerra civile.
     Il Ruffo fa sostituire gli alberi della libertà, eretti dai giacobini, con la Santa Croce e, scrive il Sacchinelli, «per virtù di questo glorioso segno superò egli tutti gli ostacoli, evitò tutte le insidie, vinse i nemici della Religione e del Re, e ripristinò in Napoli il culto cattolico e la Monarchia sotto l’Augusta Dominazione de’ Borboni».
     L’8 febbraio 1799 il Cardinal Ruffo sbarcò in Calabria, accolto da trecento uomini armati. In pochissimi giorni si riunirono a Palmi circa venti mila uomini, altrettanti a Mileto. Vi erano ecclesiastici di ogni grado, ricchi proprietari, artisti, lavoratori della campagna, e purtroppo «per isventura vi erano degli assassini e de’ ladri, spinti da spirito di rapina, di vendetta e di sangue».
     Il primo marzo fece il suo ingresso in Monteleone (Vibo Valentia). Con i soldati e i bassi ufficiali del vecchio esercito borbonico formò tre battaglioni di seicento uomini l’uno. Vi erano anche formazioni con struttura a massa (non militari) e miste (militari e a massa).
     Con questo esercito, e con altri che strada facendo si erano uniti, occupò la Calabria Ultra, fino a Crotone, dove molti uomini saccheggiarono la città e dopo abbandonarono il Ruffo.
     Con circa sette mila uomini, il 5 aprile, guadò il fiume Neto e si riversò nella Calabria Citeriore, che occupò.
     Successivamente con dieci battaglioni di cinquecento uomini l’uno (tutti soldati del vecchio esercito borbonico sbandato), la cavalleria che possedeva milleduecento cavalli, cento compagnie di truppe irregolari di cento uomini ciascuna, e altri, si riversò in Basilicata. Tutti quegli uomini che erano armati alla meglio, senza idonei ufficiali e senza istruzione militare, avevano però buona volontà e coraggio. In quell’armata non vi era timore di tradimenti, «perché tutti animati dallo stesso spirito ed impegnati per la stessa causa; e se alcuno di equivoca condotta veniva ad unirsi, era scoverto, arrestato, o ucciso».
     Vennero occupate la Basilicata, con Matera (allora capoluogo) e Melfi, e le Puglie, con Altamura, Gravina, Ascoli Satriano.
     Il Ruffo fu in contatto con i capi abruzzesi borbonici: Giuseppe Pronio per Chieti, Giovanni Salomone per l’Aquila, Donato de Donatis per Teramo. Invitò i fratelli Coletta (Mammone) e Michele Pezza (Fra’ Diavolo) a far passare tra Capua e Terracina, in Terra di Lavoro, francesi e patrioti che andavano via dal Regno di Napoli.
     Fra i briganti che combatterono con il cardinal Ruffo vi furono Angelo Paonessa (Panzanera), Gerardo Curcio (Sciarpa) e il comandante Nicola Gualtieri (Panedigrano), nominato più volte da Sacchinelli.
     Vengono inoltre trattati nel libro avvenimenti ed operazioni avvenuti dal 13 giugno al 10 luglio 1799, tra i quali l’arrivo e occupazione di Nola, Portici e Napoli. In quest’ultima città furono presi il forte di Vigliena, il castello del Carmine, il ponte della Maddalena, il Castello dell’Uovo, il Castello Nuovo.
     La presa di Napoli, prima che la flotta degli inglesi, alleati del Regno di Napoli, arrivasse, creò qualche problema, che fu comunque risolto.
     Il Re Ferdinando IV, la mattina del 10 luglio 1799, fra gli evviva generali, arrivò nel golfo di Napoli.
     Tutto questo il Sacchinelli narra nel primo e secondo libro; un terzo libro, annunciato, che avrebbe contenuto le vicende del Ruffo dal 1800 alla sua morte, non vide mai la luce.
     Silvio Vitale chiude la sua introduzione al libro in questo modo: «Contro le tante figure che infoltiscono il campo rivoluzionario giacobino del 1799, quella del Ruffo si staglia al di sopra di tutte con l’evidenza del protagonista».
Rocco Biondi

Domenico Sacchinelli, Memorie storiche sulla vita del Cardinale Fabrizio Ruffo, Controcorrente, Napoli 1999 [seconda edizione 2004], pp. 327